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Newsletter N. 4/26 – Come e perché hai pregato?

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Sappiate pregare con le vostre opere più che con le vostre labbra 
cfr. Maria Valtorta, I Quaderni del 1943, pp. 340-341 (1 ottobre 1943)

Pregare con le opere più che con le labbra significa trasformare la preghiera da semplice parola pronunciata a vita vissuta davanti a Dio. Non è un invito a disprezzare le preghiere vocali, né a tacere davanti al Signore. Le labbra hanno il loro valore quando esprimono un cuore sincero. Ma diventano insufficienti, e perfino vuote, quando dicono amore mentre la vita continua a seguire egoismo, durezza, orgoglio, sensualità, ipocrisia o indifferenza. La vera preghiera non si misura soltanto da quanto si dice, ma da quanto si cambia.

Nei testi di Maria Valtorta emerge con forza questa distinzione. Si può pregare, frequentare la chiesa, digiunare, evitare certi peccati esteriori, e tuttavia non essere realmente uniti a Dio. La domanda decisiva non è soltanto: “Avete pregato?”, ma: “Come e perché avete pregato?”. Una preghiera fatta con l’anima assente, o con l’anima sporca d’odio, o quasi sempre per interessi personali, resta una preghiera separata dalla carità. E se manca la carità, manca il calice spirituale capace di portare l’offerta davanti a Dio. La preghiera, allora, non sale come amore: resta appesantita dalla contraddizione tra ciò che si dice e ciò che si è.

Pregare con le opere significa, prima di tutto, rimettere il cuore al centro. Non basta dire “Signore, Signore”, se poi non si compiono le opere che il Signore chiede. Le parole religiose possono diventare una copertura se il cuore non appartiene davvero a Dio. È possibile onorare Dio con le labbra, e nello stesso tempo lasciar regnare dentro di sé altri idoli: superbia, durezza, ricerca di sé, desiderio di dominio, attaccamento ai sensi. In questo caso la bocca sembra pregare, ma il cuore si trova altrove. L’opera, invece, manifesta dove sta davvero il cuore.

Per questo il testo collega la preghiera autentica a un “altro digiuno”. Non soltanto il digiuno dal cibo, ma il digiuno dei sensi, delle parole cattive, dei giudizi, delle azioni che feriscono. È molto forte l’espressione secondo cui è meglio digiunare da una parola aspra che da un sontuoso pasto. Qui la spiritualità diventa concreta. Il sacrificio non è soltanto togliere qualcosa alla tavola, ma togliere veleno alla lingua, durezza ai gesti, egoismo alle intenzioni, sensualità agli sguardi, rancore alla memoria. Un digiuno esteriore può anche convivere con un cuore non convertito; il digiuno interiore, invece, obbliga l’uomo a cambiare davvero.

Pregare con le opere significa anche smettere di fare il bene solo per paura. I testi distinguono chiaramente tra l’evitare il male per timore della punizione e l’evitare il male per amore di Dio. Uno può non rubare o non uccidere per paura delle leggi umane, e tuttavia continuare a rubare spiritualmente, uccidere una reputazione, trascinare un’anima al male, togliere pace a una famiglia, ferire con lentezza e premeditazione. La preghiera delle opere entra proprio qui: nella giustizia vissuta, nella carità praticata, nel rispetto concreto dell’anima altrui. Non basta non compiere delitti visibili; bisogna smettere di compiere violenze invisibili.

La preghiera delle labbra dice: “Perdonami”. La preghiera delle opere comincia quando l’uomo si lascia veramente trasformare dal pentimento. Dire a Dio di essere pentiti, ma continuare ad amare il proprio peccato, non è ancora conversione. L’opera della conversione è togliere dal cuore ciò che impedisce a Dio di regnarvi. Nei testi di Maria Valtorta si parla di superbia che impedisce al cuore di sbriciolarsi nel dolore di aver offeso Dio, di incontinenza che impedisce pensieri puri, di durezza che impedisce misericordia. Pregare con le opere vuol dire combattere proprio questi ostacoli: diventare umili, puri, misericordiosi.

In questo senso, ogni giornata può diventare preghiera. È preghiera trattenere una risposta aspra quando l’orgoglio vorrebbe ferire. È preghiera rinunciare a un pensiero impuro quando i sensi chiedono di essere saziati. È preghiera perdonare, invece di custodire rancore. È preghiera servire senza essere visti, correggere senza umiliare, tacere per non alimentare il male, parlare per difendere la verità, lavorare con onestà, sopportare con pazienza, amare senza calcolo. Queste opere non sostituiscono la preghiera: la incarnano.

Le labbra possono dire: “Ti amo, Signore”. Ma le opere rispondono alla domanda: “È vero?”. Se amo Dio, non posso odiare il fratello; se cerco Dio, non posso cercare continuamente me stesso; se chiedo misericordia, non posso negarla agli altri; se invoco purezza, non posso nutrire volontariamente ciò che mi sporca; se domando liberazione dal male, non posso continuare ad aprirgli le porte con abitudini, parole e desideri disordinati.

Pregare con le opere più che con le labbra è dunque una spiritualità dell’unità: unità tra bocca e cuore, tra culto e vita, tra pentimento e cambiamento, tra amore dichiarato e amore praticato. Le labbra sono l’inizio, ma non devono restare sole. La preghiera vera scende nel cuore, purifica la volontà, governa i sensi, cambia il modo di agire e diventa carità. Allora l’uomo non prega soltanto quando pronuncia formule: prega quando vive secondo Dio.

La grande domanda, quindi, non è se preghiamo abbastanza con le parole, ma se le nostre opere confermano o smentiscono le nostre parole. Se le confermano, anche il gesto più piccolo diventa orazione. Se le smentiscono, anche le parole più devote rischiano di restare vuote. Pregare con le opere significa permettere a Dio di passare dalle labbra alla vita.

don Andrea C.

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