Notturno

di Fabiana Biasi

Primo classificato al Concorso Letterario “Maria Valtorta” 2022: “Di impianto diaristico, arricchito da rimandi filosofici e letterari, il lavoro ci porta, con levità e senza sdilinquimenti, all’opera di Maria Valtorta e al bene che può fare e farà a chi è in ricerca di un approdo esistenziale”.

È notte, finalmente. L’ansimare del giorno si è spento in una nottata serena, benchè l’inverno abbia ancora alcune settimane di tempo per sfogare la sua furia, prima di eclissarsi esso pure. So bene che dovrei dormire, perché la sveglia suona impietosa e impietosamente puntuale ogni mattina. E non pensiate che il mio corpo non provi il desiderio di abbandonarsi ad un placido sonno ristoratore, ma se Kant, con le sue altrettanto impietose e caustiche Critiche, ha alacremente faticato per insegnarmi qualcosa nell’ultimo periodo, ebbene questa è proprio la categorica cognizione della volontà come legislatrice assoluta e universale del nostro arbitrio. In altre parole, Kant ha voluto farmi presente che la volontà può e deve prevalere sugli istinti. Così, non avendo certo intenzione di respingere il dolce comando del mio caro Immanuel, io questa sera volli, fortissimamente volli sacrificare alcuni minuti al mio sonno, che pure è il principale nutrimento della mia mente, su cui a mia volta fondo la mia vita, che è ancora quella di una diciottenne alle prese con l’ultimo anno di liceo classico. Trascorrere una notte senza dormire significa condannarsi ad una giornata di lotte incessanti per cercare di tenere gli occhi aperti e, consequenzialmente, di studiare. Ma, sapete, ci sono alcune ragioni eccezionali – e per “ragioni” potremmo intendere persone, sentimenti, sogni, ambizioni – per cui varrebbe, eccome, la pena trascorrere notti intere in bianco, benchè gli occhi assonnati e stanchi ci implorino pietà. D’altronde, come scrisse il buon Blaise Pascal, a volte “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Bene, ho la sensazione di aver trovato una ragione speciale per sacrificare buona parte del riposo di questa notte. Vi parlerò di una donna, che condivide con me un’insana passione per le notti insonni. Be’, lei ha qualche anno in più di me. Parecchi anni in più di me. Tanto da non essere più su questa terra da oltre mezzo secolo. Non che questo abbia importanza; già Berkeley, Hume e lo stesso Kant ci avevano bofonchiato che lo spazio e il tempo sono concetti estremamente relativi. Ed Einstein sarebbe ben d’accordo con loro. Sapete, la questione è che le grandi anime, quelle che hanno avuto il coraggio di donarsi completamente, continuano ad aleggiare sulla Terra anche dopo aver conquistato la Terra Promessa celeste, il Paradiso. E continuano a porgerci la loro carezza, che vuole farsi tanto simile a quella del loro Signore. La smetto di tergiversare: parlo di Maria Valtorta, un nome che riecheggia nella mia mente da oltre sette anni, ormai. E che ogni volta porta con sé la dolcezza del grido: “terra!” dopo mesi di mare aperto. La prima volta che lessi di lei fu ai tempi delle scuole medie su Internet (eh già, non sempre questo “marchingegno” si rivela essere così “infernale”, come suole sostenere la mia pur cara insegnante di storia dell’arte…). Mi innamorai della sua Opera principale, l’Evangelo come mi è stato rivelato, di cui avevo letto alcuni brani ed estratti sul web, tanto da chiedere l’intera opera ai miei genitori come regalo in occasione della promozione agli esami di terza media. Da allora, quei dieci volumi, così cari, sono divenuti i sovrani della mia stanza. Occupando, tra l’altro, perfettamente la loro mensola, benchè nessuno di noi si fosse occupato di calcolarne le misure… Tralasciando le simpatiche facezie del “destino” e le contingenze che mi hanno portata alla conoscenza di Maria Valtorta e delle sue opere, per il cui acquisto non ho mai avuto alcuna inibizione a dilapidare buona parte del patrimonio familiare, sento il bisogno di soffermarmi sul certosino lavoro che la cara Maria, con l’efficientissimo aiuto del suo Signore, sta operando sulla e nella mia anima. 

Naturalmente premetto di essere una ragazza come tante altre. Ho una vita normale, divisa tra scuola, famiglia, parrocchia, amici, musica (la mia più grande passione) e lettura. Sono estremamente affascinata dalla storia, dalla nascita dell’universo sino ai giorni nostri, con una particolare attenzione per quel periodo che vide tra i suoi principali protagonisti un tale Gesù di Nazareth, di cui probabilmente avrete sentito parlare almeno un paio di volte nella vostra vita. Mi piacerebbe dilettarmi di fisica e astronomia, se solo ci capissi qualcosa. Ma per ora, dovrò accontentarmi esclusivamente di un kantiano sforzo di volontà. 

So che con molta probabilità questi dettagli non vi tangono affatto, ma voglio evidenziare l’attenzione che quel tal Signore morto su una croce circa 2000 anni fa concentra su un’anima più che normale, al limite del mediocre oserei dire. Un’anima tormentata da dubbi, da domande. Che non danno un attimo di pace. Credete sia facile mantenere salda la fede in un mondo sempre più incredulo? In un mondo che irride? In un mondo che non comprende? La fede è una lotta, una lotta continua. Strenua come il tentativo di tenere gli occhi ben aperti dopo due notti insonni consecutive. Ma non deleteria e mortifera, tutt’altro. Hegel lo aveva capito: le guerre sono il motore della storia umana. Ed io mi permetto di rivendicare la sua interpretazione sul piano interiore. Le lotte dell’animo e della mente sono travaglianti, ma vitali nella loro imprescindibilità. Ed è proprio per questo che ci tengono in vita. È per questo che ci permettono di vegliare in attesa dello Sposo che arriva. Speravate, speravamo fosse facile vivere una vita realmente cristiana, contro tutto e tutti? Oh no, e guai se lo fosse! Una vita, così come una fede, in balia della tragica e mediocre quotidianità hanno perso ormai anche il più infimo barlume di linfa vitale. E lo aveva compreso a fondo Goethe, quando scriveva: “tutto al mondo si può sopportare, tranne una sfilza di belle giornate”; le “belle giornate” di cui parla il celebre filosofo tedesco sono le nostre certezze, i trionfi senza alcuno sforzo, la presunzione di poter vivere una vita profondamente cristiana senza sporcarci le mani. Non c’è nulla di peggiore, non c’è vita più vuota. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, in tutta Europa si svilupparono correnti letterarie legate al Realismo, proponendo una rappresentazione totalmente obiettiva e senza filtri della realtà, con tutti i drammi della condizione dell’uomo. Ebbene, se credete che i protagonisti dei romanzi realisti fossero esclusivamente i “vinti dal progresso”, gli ultimi della società decantati da G. Verga, vi sbagliate. Gli autori realisti narrarono anche la tragicità di esistenze apparentemente tranquille e realizzate, ma in realtà drammaticamente mediocri; è l’esempio di Madame Bovary di Gustave Flaubert o di Anna Karenina di Lev Tolstoj. Il compianto cantautore italiano Giorgio Gaber, nella sua provocatoria canzone “Io se fossi Dio”, ispirata al celebre sonetto di Cecco Angiolieri S’io fosse foco, cantava “Io se fossi Dio / preferirei il secolo passato / se fossi Dio / rimpiangerei il fuorore antico / dove si odiava e poi si amava / e si ammazzava il nemico”. Con queste parole, naturalmente, Gaber non intendeva inneggiare ad un certo primordiale istinto omicida; la sua denuncia si concentra sull’ambiguità e inettitudine dell’epoca in cui è vissuto, che lo ha condotto a rimpiangere un passato in cui i sentimenti erano autentici, limpidi e radicati, benchè perentori e manichei. È incredibile come artisti laici siano stati così abili nel descrivere il vero spirito cristiano, che non può nutrirsi di tiepidezza, di indifferenza. Cristo ha portato una rivoluzione nella storia, col suo essere “segno di contraddizione” – come ci ricorda Simeone nel Vangelo secondo Luca (Lc 2, 34), Lo si ama con tutto il cuore o Lo si detesta con tutta l’anima, non ci sono vie di compromesso. Non me ne voglia il grande Aristotele ma no, in questo caso la virtù non sta nel mezzo. Cristo ci ha ricordato cosa ci rende uomini. E proverò a ritagliarmi l’angusto spazio di qualche parola per cercare di condividerlo con voi. Non voglio, però, cadere nella tautologia. Per cui vi parlerò della sua Parola senza citare i testi sacri, tutt’altro. Verrà in mio soccorso un libro che acquistai qualche mese fa, “Storia perfetta dell’errore” di Roberto Mercadini, in cui ho trovato questa storia, che adesso vi racconto in breve. Ma partiamo da una domanda: sapete qual è, nella linea evolutiva dell’uomo, la prima specie considerata davvero “umana” dagli studiosi? Vi suggerisco: l’homo erectus. E sapete il perché? Be’, le motivazioni sono varie. Stava eretto, mi direte innanzitutto. Certo, ma già l’australopiteco aveva questa capacità milioni di anni prima.  Potremmo aggiungere che aveva la capacità di maneggiare il fuoco, di emettere alcuni suoni, di viaggiare. Sicuramente, sono tutti elementi molto interessanti. Ma la differenza l’ha fatta un altro dettaglio, piccolo e irrilevante. Forse.

Kenya, 1974. Un gruppo di archeologi sta conducendo una campagna di scavo. Un giorno ritrovano alcuni resti. Vengono studiati: risalgono al più antico esemplare di homo erectus mai ritrovato sino ad allora. È una femmina. L’entusiasmo dell’equipe è grande, ma viene smorzato da una scoperta effettuata grazie all’analisi dei resti ossei, che sono per buona parte calcificati. L’individuo è stato affetto da ipervitaminosi, una malattia causata dal consumo di interiora di animali, che deve averle causato dolori lancinanti negli ultimi mesi di vita, oltre ad impossibilitarle i movimenti. Questo significa che l’esemplare femminile in questione non ha potuto muoversi per settimane, nel migliore dei casi. Eppure è sopravvissuta per un considerevole periodo di tempo. Probabilmente avrete capito questo cosa voglia dire: qualcuno si è preso cura di lei. Le ha procurato l’acqua e il cibo, l’ha assistita. Questa è la prima testimonianza della compassione umana. È questo ciò che ci rende davvero uomini, donne, umanità. Lo Spirito del Cristo aleggiava in noi prima ancora che imparassimo a parlare, a scrivere, a vestirci, a costruire case, templi, chiese. Avevamo ugualmente il tocco di Dio in noi, perché sapevamo amare. E Cristo è venuto a rammentarcelo, perché a volte sembriamo dimenticarcene. Venne in Palestina due millenni or sono, e continua a venire, instancabile Viaggiatore, a bussare alle porte dei nostri cuori. Maria Valtorta è stata la porta aperta, anzi spalancata, come soleva dire papa Wojtyla, che Gli ha permesso di sostare davanti al mio cuore, per ricordarmi costantemente che quell’Amore così ancestrale è e continua ad essere “l’Amor che move il sole e l’altre stelle” (Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, v. 145). 

E, vi assicuro, non è facile saper essere porte spalancate per gli altri. Né tantomeno se a farti da sottofondo ci sono le bombe assassine della II Guerra Mondiale, e a qualche passo da te c’è la Linea Gotica, e per compagni fedeli hai un dolore fisico lancinante ed incessante, il terrore di poter perdere tutto in un attimo, l’altrui diffidenza. Vivere sotto il segno della paura solitamente induce a generare spettri mostruosi nella mente e nell’anima quali, ad esempio, il Leviatano di hobbesiana memoria. E invece Maria ha saputo trasformare tutta quella sofferenza, la propria personalissima passione e la supplica di tutto un mondo ferito a morte da uomini marchiati dal segno della paura e dell’indifferenza – vere cause di tutti i mali – in una primavera di Redenzione per l’umanità, in un rinnovato appello a correre, pur percossi e sanguinanti, verso Cristo, sempre memori delle dolci parole del Maestro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e Io vi darò ristoro” (Mt 11, 28-30). 

Il grido di Maria, in un mondo di orrori scatenati dall’orgoglio dei singoli, che diviene inevitabilmente orgoglio dei popoli, risuona come un canto, un novello inno alla carità, in cui riecheggia la voce della Madonna quando le dice “Maria, bisogna sempre saper essere gradino perché gli altri salgano a Dio. Se ci calpestano, non fa niente. Purchè riescano ad andare alla Croce”. (EMV vol. 1, cap 17.15). Ed il piccolo “sì” di Maria Valtorta si unisce alle tante voci che, nella storia cristiana, hanno voluto imitare e unirsi al “sì” della “grande” Maria e di Cristo stesso. 

Sapete, so bene cosa la Chiesa ritenga riguardo le cosiddette “rivelazioni private”; non sono determinanti per la fede. E io, da cattolica, lo credo ed obbedisco. Del resto, il Vangelo si fa amare così com’è. Ma, andando a scuola, ho imparato col tempo a capire l’importanza delle parafrasi. Ricordate cosa sono, vero? Una parafrasi è la semplificazione, la spiegazione in parole più chiare e comprensibili di un testo poetico. Naturalmente una parafrasi mai e poi mai potrebbe essere considerata al pari del testo poetico che si è preposta di spiegare. Non avrebbe alcun senso paragonarle, anche perché lo scopo di ciascuna è ben diverso da quello dell’altra. Ma vi invito a provare a leggere un intero canto della Divina Commedia nella sua versione originale, senza parafrasi né note. Molte parole o espressioni non vi saranno chiare, ve lo assicuro. E allora sì, che comprenderete l’utilità di una parafrasi a fronte, che ci permetta di gustare meglio le sfumature del componimento poetico stesso. 

Ebbene, vorrei paragonare l’Evangelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta ad una parafrasi del Vangelo. Non lo sostituisce, né completa, né vi aggiunge novità, né è imprescindibile dall’approccio allo stesso. Ma ci aiuta a comprenderlo meglio e a coglierne sfumature che mai avremmo immaginato altrimenti. 

So di rivolgermi, con grandi probabilità, a persone che hanno già avuto esperienza dell’Opera omnia di Maria Valtorta o, per lo meno, di una sua parte. Ma non ricuso, certo, di rivolgermi a chiunque con buon cuore non si precluda di arrischiarsi per la prima volta in questa avventura straordinaria e sconvolgente, per la quale occorre essere pronti ad allacciare le cinture, ma al contempo di abbandonare ogni intralcio che ci costringa qui, nella nostra realtà arresa e rassegnata. Pronti a vivere un’esperienza radicale, lontani anche dalla sola idea di mediocrità. Nel momento in cui si apre un libro della Valtorta, si sceglie deliberatamente di lasciarsi dietro le remore, l’indifferenza, l’accidia e la freddezza. Non c’è più posto per loro perché, scortati da uno stile letterario armonioso che ci carezza tutto il tempo, si scende nella polvere delle strade della Palestina augustea e tiberiana, in mezzo ai poveri, agli ultimi, ai benestanti, ai farisei, ai lebbrosi, agli esattori, alle prostitute e alla gente onesta e lavoratrice del I secolo, sotto un firmamento impenetrabile scrutato dai savi d’Oriente e interpretato dagli àuguri d’Occidente. Ci si sporca le mani, i piedi, le vesti e le certezze di un’esistenza scialba; si gioisce, ci si meraviglia, ci si commuove, ci si spaventa, si teme e si spera, si impara a camminare all’ombra del Signore assieme a quei primi Dodici e a condividere con Lui le amarezze e le speranze. A volte non si comprende, ma le nostre incertezze incredibilmente travalicano il tempo e lo spazio palesandosi nelle domande degli Apostoli o della gente comune che il Cristo incontra sulla sua via. E, vi assicuro, c’è spazio per tutti. Tutte le categorie e i tipi umani hanno attraversato quelle stesse strade che noi ci accingiamo ad attraversare, e vi è posto per i più grandi santi come per i più ostinati peccatori; dalla Santa Vergine a Giuda di Keriot, passando per le più diversificate sfumature dell’anima e della psiche umana, tutti registi consapevoli del proprio ruolo e contributo nella storia della Salvezza.

Le Opere della Valtorta sono una grande scuola di umiltà e uno specchio sincero sino alla schiettezza più cruda. Approcciarne la lettura con cuore altrettanto sincero è come accettare di essere incoronati dal giunco, simbolo dell’umilta, che permette a Dante, nella sua Commedia, di accedere al Purgatorio. Vi assicuro, infatti, che solo un cuore realmente umile, benchè imperfetto, è capace di affrontare faccia a faccia la figura di Giuda di Keriot e riconoscere di avere in comune con lui tanti, troppi aspetti. A fine anni Novanta, il rapper italiano Frankie hi-nrg pubblicò “Quelli che benpensano”, brano musicale di grande successo che denunciava con arguta ironia la mediocrità e ipocrisia del tipico italiano medio-borghese di quegli anni. Personalmente non ho mai amato particolarmente il genere rap, ma sin dal primo ascolto della suddetta canzone ho avuto modo di ammirare la grande onestà intellettuale del suo autore, espressa perfettamente nei primissimi versi del testo: “Sono intorno a noi / in mezzo a noi / in molti casi siamo noi / a far promesse senza mantenerle mai […]”. Il brano inizia così, enunciando subito chi è il soggetto scelto come bersaglio del componimento. E il grande coraggio nell’ammettere che “in molti casi siamo noi” a sbagliare, e non sempre “gli altri”, è a mio parere degno di profondo riconoscimento e rispetto. Ciò che ho voluto dire con questo breve excursus musicale è che la tentazione di ritenere che Giuda, così come Caifa, i sommi sacerdoti, i farisei e gli scribi, il popolo che scelse Barabba non siano certamente simili a noi è molto forte e inganna tutti. E, invece, dovremmo imparare ad ammettere, assieme a Frankie hi-nrg, che “in molti casi siamo noi” a compiere i loro stessi errori. A ritenere, con un ragionamento puramente machiavellico, che “sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (parole di Caifa in Gv 11, 50), o a domandarci “Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?” (parole di Giuda in Gv 12, 5). Ebbene, se è vero che il grado di conoscenza di qualcuno o qualcosa è direttamente proporzionale alla nostra vicinanza ad esso, la Valtorta ci accompagna in una conoscenza viscerale dei protagonisti di questa grande storia, che diventano nostri amici e compagni di viaggio con cui condividere i sorrisi, i pianti, le fatiche, gli odori, i suoni, le paure e le attese di un intero popolo. Noi portiamo sulle spalle il peso di una testimonianza che non può lasciare indifferenti, poiché siamo stati testimoni del messaggio cristiano nella sua essenza più autentica. Io sono convinta che nessuno che abbia vissuto – e non semplicemente letto – questi libri sia rimasto lo stesso di prima. Non si può, non sarebbe umano restare gli stessi dopo aver visto da vicino la più grande rivoluzione della storia e aver preso parte a questa storia. Anzi, dopo aver realmente compreso cosa voglia dire il termine “storia”, nell’accezione che i Greci, nella loro straordinaria lungimiranza, le avevano dato; la sua origine è, infatti, da ricercare nella radice -id (-id) del verbo greco ὁράω (orào), “vedere”. La storia, a differenza delle leggende o dei miti, è ciò che qualcuno ha visto, vissuto e da cui è stato cambiato irrimediabilmente, per sempre. Ciò considerato, la Valtorta ci ha permesso di “vedere” e “vivere” il Vangelo da una prospettiva totalmente nuova, permettendo a noi di inserire la nostra piccola storia nella grande Storia della Redenzione.

Guardo la radiosveglia. Ho provato a riversare tutto il fervore della mia anima su un povero e indifeso pezzo di carta nel giro di qualche ora e, nonostante tutto, son riuscita a malapena ad enucleare le sfumature più delineate delle mie emozioni e del mio legame con quest’Opera straordinaria. Mi alzo. Apro la finestra. Ormai è l’alba, quel beato momento della giornata che ho sempre identificato con il sentimento di una speranza che non può essere scalfita; il silenzio della cittadina ancora dormiente viene appena spezzato dal suono rassicurante delle prime tazzine di caffè che tintinnano, e i primi raggi di luce cominciano ad infrangere le tenebre della notte e degli animi. Tra pochi minuti, prenderanno il sopravvento nel cielo sereno del Sud che illumina la mia bella città pugliese e nel mio cuore, geloso di quel tesoro, di cui parla il Vangelo di Matteo, che ha trovato e non vuole lasciare più. “Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 21).